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Quando'l diluvio somma al nostro scazzo,
tediosi indugi et'turpe bramosia,
noi baldi prodi, noti pe'l gran cazzo,
bastonatori, mutammo in cortesia.

Ma'l nostro onore, ch'io già misi in prova
ch'in anni cinque mai sciupai un naso,
ormai snatura 'n'una scimmia nova
per creare in fazza ad Alesha'uno svaso.

Qual fato e quale del Signor prodigio
fa comparire un veterano e saggio
che cela un gran mestier tra il pelo grigio?

Gaiezza occulta in fretta della pioggia
l'aria per cui da ore io son bigio
mentre fierezza gia'è di questa loggia.

                                                    Poeta-01

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Questo sonetto di endecasillabi apre un ciclo e lo volgio dedicare a un caro amico con il quale ho condiviso tante avventure in questi anni e in particolare l'esperienza liceale. Gli endecasillabi allora non erano ancora un culto settario e lascivo, bensì il ben noto spauracchio da interrogazione che, come gran parte dei giovani, temevamo come un tabù.
Oggi il sonetto rappresenta un piacere da scrivere, orgoglio da dedicare, nostalgia da rileggere, musica da ascoltare. La musicalità della ritmica dei sonetti è l'aspetto che ora vorrei approfondire. Sono sicuro che la parsona a cui lo sto dedicando (nonchè molti di voi visitatori) sarpà apprezzare questo mio pensiero. Innanzitutto il sonetto è composto normalmente da quattordici endecasillabi mirabilmente interconnessi dalla rima incatenata che disciplina la ritmica dei versi. Ogni endecasillabo può essere posto in due grandi categorie che lo identificano "musicalmente": quelli a maiore e quelli a minore.
I sonetti a maiore sono quelli che hanno l'accento sulla sesta sillaba (oltre che sulla decina, caratteristica principale dell'endecasillabo), i sonetti a minore invece l'hanno sulla quarta. Questa proprietà è direttamente correlata all'origine degli endecasillabi, derivanti dall'unione di un quinario e di un settenario.
Si deve la formalizzazione di questi concetti al Bembo Pietro, il quale analizzò tutti gli aspetti dell'endecasillabo canonico. Non a caso il Bembo ebbe un ruolo fondamentale anche in campo musicale, gettando le fondamenta per la genesi musicale dello stile madrigale, un altro dei nostri interessi ;)
Sono certo che potrete apprezzare il differente impatto dei versi: quelli a maiore sono certamente più solenni e assai solari, mentre quelli a minore risultano malinconici e intimisti. Non vi stupirà la mia scelta di adoperare quasi esclusivamente endecasillabi a minore, per accentuare il "blues" della giornata di pioggia. Solo quando durante il racconto viene a farci visita il nostro illustre ospite fa capolino il pathos a maiore, unico susulto positivista nel doloroso pessimismo intimista del sonetto.

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Il sonetto, come tutti quelli di questo ciclo, narra una storia vera: dopo diversi mesi di allenamento preparatorio, ci riunimmo in una Genova uggiosa per ottemperare ai nostri doveri di confratelli e rievocare storicamente fasti bastonatori di antica memoria, creazie a svariati anni di studio in palestra (e in biblioteca ;) per tentare di recuperare una antica arte da difesa.
Purtroppo il pomeriggio iniziò subito male, arrivando al punto dell'incontro belli slavati da un diluvio universale che sembrava arrivare da un inferno senza tempo. La violenza dello scroscio si perpetava da diverse ore senza accennare a placarsi, mentre noi si pregava in cuor nostro affinchà qualcuno avvesse comunque il coraggio di uscire e venire ad assistere allo spettacolo. Dopo una lunga attesa (al freddo tralaltro) cominciammo e sul più bello, meglio che niente, saltò la luce e ci ritrovammo al buoi a tentare non tanto di dare spettacolo come si deve, quanto di portare a casa la pellaccia senza farci del male.
Tanta era l'acredine e il disgusto, che si pensò (scherzosamente) di passare ad accopparci tra di noi, evocando gli spettri di un antico mito risalente ai primi anni di accademia: lo sfregio da parte di un novizio di un confratello, perpetuato chi dice per errore, chi altri per reazione impulsiva, chi altri per difesa... Sicuramente sarebbe stata la ciliegina sulla torta a questa disfatta.
Ma una leggenda ancor più sepolta nelle ceneri del mito ci attendeva: l'arrivo in carne ed ossa di un vecchietto che si narra andasse in giro in autobus in cerca di malandrini per vendicare un torto subito anni fa da parte di un famigliare. La manifestazione a quel punto aveva avuto un successo inatteso: farci conoscere questo nostro idolo che, dubitando quasi della sua esistenza, mai avremmo pensato di incontrare di persona.
Ovviamente l'aver incontrato la memoria storica del nostro sport, non ha potuto scatenare altro che la stesura di questo sonetto.

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